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Ricordi di quel periodo sono ancora vivi in me: sono nato a Torino nel 1936 ed abitavo in corso Vittorio Emanuele II, nei pressi del monumento al re Umberto I.
Ricordo la sirena e la gente che si affrettava ad entrare nei rifugi che si trovavano nei pressi delle cantine di alcune case, segnalati con una "R" bianca, scritta a calce; in essi si conversava della guerra, dei timori e delle notizie che venivano trasmesse a voce da chi aveva sentito altri, in un continuo passaparola; ricordo i silenzi se, nel gruppo, vi era uno sconosciuto.
Fra i rifugi da me prediletti, vi erano le famose gallerie del Maschio della Cittadella o il forno del panettiere Musso, di corso Vinzaglio: là si stava al caldo e, di notte, si assisteva al miracolo del pane e per noi un pezzetto era sempre assicurato.
Nei rifugi, i nostri padri parlavano di bombe, ne quantificavano potenza e lontananza e noi, in silenzio, ascoltavamo.
il ceffone e il gorgonzola
Certo è che i nostri padri educavano i figli in modo diverso da oggidì. L'unico ceffone che ricordo fu quando non eseguii un ordine datomi. Si trattava di andare a comprare un etto di gorgonzola. C'erano due salumieri in zona e Arturo era il salumiere dal quale dovevo recarmi secondo l'ordine impartitomi. Ma per farla più veloce, andai dal padre di Vittorio che era il mio miglior amico. Non so se fu per la qualità del formaggio o per la velocità nell'espletare la compera che: papà aprì il piccolo pacco e assaggiò. Mi domandò: l'hai comprata da Arturo? Dissi di si. Quel giorno andai a pranzo accompagnato da una sberla che ancor oggi ricordo a monito.
Quel 25 aprile del 45
Avevo 9 anni. Nascosto con un mio fratello nel balcone del secondo piano in Via San Quintino 30 a Torino dove abitavamo osservavamo e udivamo spari provenienti dai tetti e dagli angoli della via. Era mattino e il Signor Pugliese, che abitava poco lontano come tutte le mattine col fiasco in mano veniva di fronte casa ed entrava nell’Osteria di Scurzolengo d’Asti: così si chiamava quell’esercizio. L’osteria quel giorno non aveva aperto e lui passò dal retro. Quando uscì dopo qualche minuto fece qualche passo: udimmo un colpo secco. Il Signor Pugliese era a terra su una chiazza di vino e di sangue, vittima civile di quella guerra inutile come tutte.
Perché il Toro
Ricordo che tutte le Domeniche mattina quando il Toro giocava in casa, noi ragazzini, avevo meno di dieci anni si andava davanti al Caffè Florio di Via Goito a Torino. Li tutti i giocatori del Grande Torino si recavano per il rito dell'aperitivo. Noi fuori a guardare e cercavamo di carpire qualche frase o battuta. Ricordo Valentino Mazzola con i suoi due figli piccoli. Sandro avrà avuto 5 o 6 anni, Ferruccio forse meno e sulla strada adiacente con il papà e compagni facevano giocare i bambini con una di quelle palle di gomma misura boccia o poco più. Quanche volta la palla arrivava dalle mie parti e riuscivo a calciarla magari verso uno di quei campioni. Per me era come volare al settimo cielo. Altre volte la calciavo male e i i miei amici in coro gridavano; l'hai ravata! In onore a un grande avversario di quei tempi: Pietro Rava.
Era l’anno 1942 o 1943. Mia nonna paterna abitava al piano terra di quella casa di Via San Quintino a Torino. Nei pressi in Corso (ora Matteotti) c’erano gli alti comandi militari occupati anche dalla Wermacht.
Questi militari in cambio di qualche genere alimentare, normalmente in scatola venivano spesso dalla nonna per le riparazioni di sartoria. Lei era una buona sarta e ricordo quel congegno infernale che era la macchina per cucire della Singer a pedale. A quei tempi non si misuravano i decibel ma dal secondo piano dove eravamo alloggiati noi: figlio nuora e tre nipoti si sapeva dal rumore quando lei era al lavoro magari rigirando abiti, cappotti ecc ecc. Un giorno questi ragazzi in divisa vennero con una cesta di verdure fresche! Rarità a quei tempi e domandarono alla nonna di far loro un minestrone ( suppe) di verdura. Supponendo che qualcosa sarebbe rimasto per noi si diede un gran da fare aggiungendo qualche ossa di bue o costine per arricchirlo. A quei tempi l’olio non c’era e si usavano se si trovavano grassi animali o il burro fatto in casa sempre che ci si riuscisse ad acquistare del latte non allungato.
Anche noi al corrente dell’evento speravamo in un piatto di minestra ma non fu così perché i quattro militari appena si sedettero a tavola aggiunsero nella zuppiera un vaso di vetro che venimmo poi a sapere si trattava di marmellata di mele. Questo è il primo inquinamento culinario che ricordo.
Esistono persone ed esempi che nella vita lasciano il segno. Fra questi ricordo Magni:
Pietro Magni giocatore della Juventus che alle 13,30 lo vedevi correre per Corso Duca degli Abruzzi verso il Comunale a mo di riscaldamento prepartita. Vestiva una tuta di lana blu anonima e senza scritte. Papà mi disse: lo fa per dimagrire.
ancoei a le saba (oggi è sabato)
Oggi è sabato
Ricordo una frase ricorrente detta dal nonno: ancoei a le sabat, andermage c'a ampicu gnun. ( oggi è sabato peccato che non impicchino nessuno). Forse ripeteva quello che aveva sentito negli anni pre unità d'Italia a Torino. Nel giorno di sabato al "rondò della forca" Vicino a Maria Ausiliatrice esiste una rotatoria ora trafficatissima. A quei tempi nel mezzo di questa rotonda c'era la forca e li venivano giustiziati chi delinqueva. C'era un passaparola e i torinesi andavano a vedere e assistere all'impiccagione. Si raccoglievano le testimonianze e si raccontava. Quando è sabato mi sovviene quella frase detta e memorizzata. Antichi ricordi e riflessioni.
23 agosto 1953:
“Il desiderare sempre il meglio è una delle ragioni di vivere. . . .Ed adesso ti dico di una mia fissazione. La gioia per i risultati ottenuti deve essere sempre accompagnata da una tacita riserva mentale. Quel che so, che ho imparato, è niente in confronto a quel che non so. E’ questa una riserva che deve accompagnare l’uomo sino alla fine della vita. Ciò non vuol dire che nella vita non occorra decidersi, e nel dubbio fare come l’asino di Buridano, che se ne sta fermo al bivio. Purtroppo la scelta non è mai netta: fra il bene e il male. . . . L’essenziale è di essere persuasi di non sapere. . . . Se si è persuasi di sapere certamente si adotta una via sbagliata; poiché essendo infinite le cose da sapere, e conoscendosene soltanto pochissime, soltanto per miracolo quelle pochissime sono buone moralmente e vere logicamente ed il rischio di sbagliare è grande. . . Quel che occorre è imparare il metodo di distinguere il vero dal meno vero; il metodo di ragionare. Ed a questo fine servono in primissimo luogo la matematica, per porre bene i problemi, ed il latino per esprimersi bene. Con il quale latino – for ever – ti bacia ed abbraccia il tuo nonno”
........continua